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9. Linee guida sull’utilizzazione della VMD per l’Anziano Fragile nella rete dei servizi di assistenza continuativa:
Luigi
Ferrucci (1), Stefania Bandinelli (1), Enrico Benvenuti (1), Chiara Cavazzini
(1), Lorenzo Roti (1), Roberto Bernabei (2), Antonio Cherubini (3), Giulio
Corgatelli (4) e Niccolò Marchionni (5) per il gruppo VMD.
1. Laboratorio di Epidemiologia Clinica, Dipartimento di
Geriatria INRCA – Firenze
2. Centro di Medicina dell’Invecchiamento
dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – Roma
3. Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale,
Sezione di Gerontologia e Geriatria, Università di Perugia
4. Società Italiana di Medicina Generale
(SIMG)
5. Dipartimento di Area Critica Medico Chirurgica, Unità
Funzionale di Gerontologia e Geriatria – Università di Firenze
La stesura di questo documento ha richiesto un notevole
impegno di tempo ed energie da parte di un grande numero di operatori e
ricercatori del settore geriatrico. E’ stato necessario un investimento
finanziario sostanzioso che è stato sostenuto in parte attraverso fondi “ad
hoc” erogati dal Ministero ed in parte come contributo della Società di
Geriatria e Gerontologia. In molte occasioni, i membri del gruppo di lavoro
hanno sostenuto personalmente le spese di viaggio per le riunioni e nessuno ha
percepito un compenso economico per il tempo impiegato per la realizzazione del
progetto. Il risultato di questa attività è il documento presente. Siamo
coscienti che, al di là del piacere che deriva dal contemplare il risultato
tangibile del nostro lavoro, l’obiettivo è ancora lontano.
Se le raccomandazioni che così faticosamente abbiamo
distillato dalla letteratura rimanessero solo carta stampata ne deriverebbe solo
un senso di frustrazione che emerge dalla coscienza di una discrepanza tra “ciò
che dovrebbe offrire” e “ciò che attualmente offre” la rete dei servizi
per gli anziani nel nostro Sistema Sanitario. Affinché ciò non avvenga è
assolutamente necessario che le indicazioni fornite in queste Linee Guida si
trasformino in modalità operative. Si tratta di una impresa difficile, irta di
ostacoli culturali, economici e legislativi, e che certamente necessità di
tempi lunghi. Molti autori in passato hanno sottolineato che la semplice
esistenza di Linee Guida, anche se di ottima qualità, non modifica
sostanzialmente i comportamenti
1
. Il prossimo passo è
quindi la sperimentazione sanitaria. Le raccomandazioni contenute in questo
documento devono essere implementate per dimostrare, sulla base di criteri
scientifici rigorosi, che si può migliorare sia la cura dell’anziano che
l’efficienza dei servizi in termini di costo-beneficio.
Nella stesura delle Linee Guida, abbiamo più volte
sottolineato la necessità di condurre sperimentazioni nel nostro Sistema
Sanitario. Tuttavia, pensare ad una sperimentazione globale del complesso delle
raccomandazioni sarebbe illusorio. In termini pratici, sarà necessario
verificare singolarmente ciascun elemento e sperare di ricostruire in futuro il puzzle
complessivo.
Per questo motivo, abbiamo cercato di identificare gli
elementi che dovrebbero essere prioritariamente sperimentati. Nella scelta
abbiamo tenuto conto di due fattori: 1) l’urgenza di risolvere alcuni nodi
cruciali che nella realtà attuale impediscono la continuità del piano
assistenziale di cura nella rete dei servizi per gli anziani; 2) l’opportunità
di partire dagli elementi più semplici e fattibili, nel tentativo di creare un
movimento culturale che coinvolga il maggior numero di operatori ed utenti verso
la realizzazione di un sistema integrato ed omogeneo.
9.3 Sperimentare la continuità ospedale-territorio
Nonostante la tendenza a rafforzare i servizi per gli
anziani che agiscono nel territorio, come ad esempio l’Assistenza Domiciliare
Integrata, il nodo centrale della cura dell’anziano è oggi l’ospedale.
Nella maggior parte dei casi, la necessità di formulare un piano di assistenza
continuativa individuale si evidenzia in occasione di un evento acuto che può
essere o una nuova patologia o uno scompenso di origine medica o non medica. La
risposta tradizionale ad ambedue queste situazioni è il ricovero in ospedale
anche se appare sempre più chiaro che in molti casi questa risposta è
inadeguata e conduce ad un uso improprio delle risorse.
E’ innegabile che l’ospedale per acuti, soprattutto
quando ha una impronta geriatrica, può contribuire a risolvere tempestivamente
i problemi medici. Analogamente non
siamo in disaccordo con il principio della intensità e brevità della cura,
perché ciò evita i ben noti effetti negativi dell’ospedalizzazione
nell’anziano. Tuttavia, solo raramente alla dimissione il soggetto anziano ha
avuto una completa “restitutio ad integrum”. Ne deriva che il soggetto ed i
suoi familiari si trovano di fronte all’esigenza di una continuazione della
cura e pianificazione di una assistenza, spesso gravosa ed a lungo termine.
Questo problema è divenuto ancora più scottante negli ultimi anni per la
tendenza alla dimissione precoce dall’ospedale per acuti dovuta al sistema di
finanziamento a DRG che premia i ricoveri brevi e penalizza quelli lunghi. A
fronte di questa problematica, più volte dibattuta dai mass media, solo in
alcune regioni sono state sviluppate procedure che permettono di attivare i
servizi extra-ospedalieri in tempo reale. Anche nei rari casi in cui ciò
avviene, il passaggio tra l’ospedale ed i servizi territoriali non comporta
una sinergia di pianificazione, come se l’ammalato anziano passasse da “un
compartimento stagno all’altro”.
In totale contrasto con le indicazioni della letteratura,
non esistono canali di comunicazione tra ospedale e territorio ed il piano
individuale di assistenza continuativa si realizza a pezzi staccati. Ne deriva
una sostanziale disomogeneità e mancanza di continuità negli interventi e
l’impossibilità di verificare “in corso d’opera” la validità ed
efficacia delle scelte assistenziali. Chi fa le spese di questa situazione sono
fondamentalmente il paziente anziano ed il suo Medico di Medicina Generale che
si trovano a dover accettare il passaggio da un servizio all’altro più sulla
base di ciò che è disponibile in quel momento che di un progetto organico. In
molti casi la famiglia sostiene il carico dell’assistenza informale da sola,
senza supporti o attraverso personale a pagamento. Spesso, l’alternativa tra
il ricevere un servizio o pagarlo non deriva dalle possibilità economiche del
soggetto e dei suoi familiari ma piuttosto dalla capacità di orientarsi e
gestire le complessità burocratiche.
Sulla base di queste considerazioni, crediamo che gli
elementi delle linee guida che richiedono più urgentemente una sperimentazione
siano quelli relativi alla creazione di una continuità tra l’ospedale per
acuti e la rete dei servizi nel territorio. In sintesi, si tratta di attivare un
team multidisciplinare che esegua una VMD nel paziente ricoverato ed
utilizzi questa valutazione per la redazione del piano individuale di
assistenza. Il piano deve contenere non solo gli obiettivi che si vogliono
raggiungere alla dimissione ma anche gli interventi ed i servizi che si stima
siano necessari nelle fasi successive. Queste informazioni sono utili alla UVIG
per la formulazione del piano individuale di assistenza.
Gli elementi strutturali di questa sperimentazione sono:
1.
La creazione del
team multidisciplinare ospedaliero. Si ritiene che inizialmente la
sperimentazione dovrebbe essere implementata nelle Unità Operative Geriatriche
per Acuti perché all’interno di queste strutture esiste già una formazione
diffusa sull’uso della VMD. Il team dovrebbe sviluppare procedure standard per
la valutazione, l’informatizzazione ed il passaggio delle informazioni alla
UVIG ed al Medico di Medicina Generale dell’utente.
2.
Dovrebbe essere
creata una struttura centralizzata, esterna all’ospedale, in grado di
costituire una interfaccia tra l’ospedale e la rete territoriale dei servizi
per gli anziani. Sulla base della normativa attuale, questa struttura dovrebbe
svolgere il compito che nelle Linee-Guida è assegnato alla UVIG. La UVIG
dovrebbe:
a.
Avere
sede nel Distretto che è, o diventerà presto, il centro nevralgico di tutta la
rete dei servizi;
b.
Essere
costituta da un team multidisciplinare coordinato dal un Geriatra ed a cui
partecipa il Medico di Medicina generale dei soggetti presi in carico;
c.
Avere
a disposizione un gruppo di “manager del caso” che siano in grado di
monitorizzare da un lato lo stato di funzionamento della rete e dall’altro lo
svolgersi del piano individuale di assistenza;
d.
Sviluppare
preliminarmente una contabilità per l’analisi dei costi della implementazione
del piano individualizzato di assistenza per ogni singolo utente (compreso il
tempo speso dagli operatori).
3.
Per la
sperimentazione dovrebbero essere identificate almeno due strutture ospedaliere
che abbiano caratteristiche analoghe come numero di pazienti, casemix,
disponibilità di personale e procedure di funzionamento. Una di queste
strutture dovrebbe fungere da controllo e quindi funzionare con le procedure di
valutazione e dimissione attuali. Nell’altra struttura (“braccio di
trattamento”) dovrebbe invece essere implementato il “progetto di continuità”.
Se le coppie di strutture fossero più di una, la potenza dello studio sarebbe
nettamente superiore.
4.
La sperimentazione
dovrebbe avere la durata di almeno un anno e coinvolgere almeno la dimissione di
100 soggetti anziani “fragili” per “braccio”, in cui la fragilità sia
definita sulla base di un criterio standard, secondo le indicazioni contenute
nelle Linee Guida.
5.
Gli outcome da
valutare dovrebbero essere almeno:
a.
La durata della
degenza
b.
La mortalità
c.
L’evoluzione dello
stato funzionale
d.
Il tasso di ricovero
in istituzione
e.
I ricoveri
ospedalieri ed, in generale, il costo della assistenza
f.
Il livello di
gradimento del piano di assistenza da parte dell’utente e della sua famiglia.
6.
Si
dovrebbe fare in modo che la sperimentazione non sia un “corpo estraneo” nel
sistema, ma costituisca parte integrante di un progetto globale da inserire nel
Piano Sanitario Regionale.
Per passare da questo stralcio di idea progettuale al
progetto operativo vero e proprio sarà necessario costruire su questo scheletro
un piano dettagliato che tenga conto delle peculiarità della situazione reale
in cui si opera.
La
rapida modificazione della struttura della popolazione, con la crescita numerica
degli anziani e dei molto anziani, ha profondamente modificato il funzionamento
della rete dei servizi ospedalieri ed extraospedalieri, riducendone
l’efficienza e l’appropriatezza . Al trattamento delle patologie acute, che
costituiva fino a pochi anni fa il cardine della attività del medico, si va
affiancando l’esigenza di prendersi cura di un grande numero di anziani
affetti da patologie croniche evolutive, spesso in associazione multipla. A
fronte di ciò, la ricerca e la sperimentazione in medicina hanno recepito
queste trasformazioni in maniera parziale.
La
tecnologia utilizzabile per il trattamento degli eventi patologici acuti e delle
situazioni chirurgiche è progredita con una rapidità insospettabile. Non è un
caso che la maggior parte dei medici e degli operatori sanitari voglia lavorare
proprio negli ambienti medici ad elevata tecnologia dove si trattano soprattutto
problematiche acute. Molte vite umane che fino a pochi anni fa sarebbero state
perdute possono oggi essere salvate. Questa concezione “eroica”
dell’intervento medico, promulgata anche da un famoso serial televisivo, è
forse una delle cause principali della “crisi di vocazione” geriatrica degli
operatori sanitari che coinvolge l’Italia e molti altri paesi del mondo.
Nonostante l’epidemiologia metta in evidenza il problema crescente della
cronicità e degli aspetti sociali ed economici che ad essa si correlano, in
questo ambito l’avanzamento scientifico, culturale e tecnologico è stato
molto più limitato. Di fronte al vecchio ammalato gli eroismi sono utili solo
se accompagnati e seguiti da una strategia assistenziale più globale.
L’efficacia delle terapie è frequentemente limitata dalla presenza di
comorbilità, le situazioni acute tardano a risolversi e, spesso, non esiste
guarigione. Parallelamente, l’assistenza è complessa, lunga e gravosa.
L’esperienza insegna che nel paziente anziano paga solo una strategia a lungo
termine di integrazione tra tecnologia e assistenza continuativa.
Alla
tecnologia delle “macchine” la geriatria ha anteposto la strategia
dell’organizzazione sanitaria, ed un approccio al malato anziano di tipo
umanistico, che tende a preferenziare gli aspetti di qualità della vita alla
semplice cura delle malattie. Ciò non significa rifiutare il progresso della
scienza e della tecnica ed il concetto della medicina intensiva, ma piuttosto
inserire l’intensività e la tecnologia in un progetto assistenziale globale
di cui l’intervento sulla malattia acuta è solo un elemento. In altre parole,
la geriatria rifiuta l’intervento puntiforme dopo il quale, alla dimissione
dall’ospedale tecnologico, il paziente anziano è lasciato a se stesso. La
stabilizzazione, la riabilitazione, i supporti sociali, l’intervento dei
servizi territoriali e l’assistenza alla famiglia sono ugualmente importanti.
La “tecnica” necessaria a affermare questo modello di cura nella prassi
quotidiana è proprio la VMD. Gli elementi diagnostici della VMD sono infatti
essenziali per la pianificazione del progetto individuale di assistenza che si
attua nella filiera dei servizi. Solo se si riuscirà a fare in modo che i
medici e tutti gli altri operatori sanitari diventino pienamente coscienti di
questa filosofia e riescano a intravedere il progetto assistenziale nella sua
globalità sarà possibile ricostruirne la partecipazione attiva e
l’entusiasmo. La implementazione delle Linee Guida sulla VMD ha anche questo
obiettivo.
1.
Gensini GF,.Conti AA. From
clinical practice guidelines to evidence-based clinical practice guidelines: a
long and difficult, but mandatory passage. MEDIC 2000;8:81-5.